Un’intervista a Valeria Chiara Puppo e Irene Bernardini, per la Festa della Donna, e non solo.
C’è un modo per celebrare le donne che ci piace più di qualsiasi altro: ascoltarle. Abbiamo incontrato Valeria e Irene, due professioniste che di donne ne accompagnano tante, e abbiamo lasciato parlare loro.
Valeria Chiara Puppo è dottoressa in Scienze Pedagogiche e dell’Educazione, coreografa, danzatrice e pioniera dell’Embodiment in Italia. Attraverso il movimento, le neuroscienze e la consapevolezza corporea, insegna a riconnettersi con il proprio corpo come primo strumento di crescita personale e professionale.
Irene Bernardini è psicologa clinica, psicoterapeuta sistemico-relazionale e terapeuta di Compassion Focused Therapy e EMDR. Porta la psicologia nel mondo del lavoro per aiutare chi lavora a gestire ansia, autocritica e senso di colpa, coltivando la self-compassion come pratica quotidiana.
Le abbiamo incontrate nell’ambito de L’ora che cura, il percorso di benessere aziendale che ci accompagna per tutto il 2026: uno spazio sicuro, dentro l’orario di lavoro, per fermarsi e tornare a sé. Con loro abbiamo parlato di donne, di carico mentale, di lavoro, di corpi esausti e di nuove generazioni che forse, piano piano, stanno cambiando le regole del gioco.
«Il multitasking femminile è un mito. E ci è costato caro.»
Aglatech14: Voi che ogni giorno incontrate tante donne, nel lavoro somatico, in terapia, nei percorsi di crescita, in che cosa le vedete ancora imbrigliate?
Valeria: La prima cosa su cui sto lavorando tanto, in primis su me stessa, è il tema del multitasking. Cioè l’idea che alla donna sia stata “appioppata” questa super dote: sai fare tutto e tante cose insieme, falle tu. Lavorando con il corpo ho imparato che quando stai facendo bene una cosa ne puoi fare solo una. Il corpo ti insegna il focus. E invece alle donne è stata consegnata questa narrativa, comoda per tanti, che le vuole capaci di tutto, sempre. Il risultato è che molte non riescono mai a dire no. E invece si può. Si deve, direi.
Irene: Il multitasking non esiste nemmeno scientificamente. Non ci sono evidenze che giustifichino questa capacità in nessun sistema nervoso, né maschile né femminile. Quello che esiste è lo switch task: il continuo salto da un compito all’altro. E quel salto ha un costo cognitivo altissimo, uguale per tutti. La differenza è che per le donne è diventata una risposta obbligata a una richiesta sociale e culturale. E questo si collega direttamente al carico mentale invisibile: le finestre aperte nella mente che non si chiudono mai del tutto. Non solo le cose da fare, ma le cose da pensare, anticipare, ricordare, organizzare per sé, per i figli, per il partner, per la famiglia d’origine. La donna come project manager del sistema familiare, h24.
Aglatech14: E poi c’è il senso di colpa.
Irene: Sempre. Il senso di colpa sembra quasi incluso nel pacchetto. Ma quello che ho osservato è che non è un senso di colpa legato a errori reali: è un’emozione che nasce dall’impossibilità di soddisfare aspettative irrealistiche. Se hai dieci fronti aperti e ne coltivi uno, necessariamente togli qualcosa agli altri. E lì scatta il meccanismo: non sono abbastanza. Non sono la superdonna. È una trappola sottile ma potentissima.
«Il corpo esausto non mente. E la mente disconnessa non riposa.»
Aglatech14: Quali criticità specifiche vivono le donne lavoratrici, specialmente quelle che si prendono cura di qualcuno, che siano figli, genitori, familiari?
Irene: La prima è l’esaurimento fisico ed emotivo. Non è solo fare due lavori: è dover essere presenti, fisicamente ed emotivamente, su fronti che non si spengono mai. C’è una commistione continua tra i ruoli, e questo porta a una disconnessione progressiva dai propri bisogni. Non quelli banali: intendo la capacità di riconoscere di aver diritto a uno spazio per sé, che non sia né cura verso gli altri né performance professionale. E poi c’è qualcosa di più silenzioso, ma molto potente: il senso di solitudine. Molte donne non si sentono davvero comprese nella complessità che vivono, anche se sono circondate da persone. E quella solitudine, silenziosa com’è, è pesante.
Valeria: Io aggiungo una tensione che vedo molto spesso: da un lato la donna è impegnata in una cura continua, figli, genitori, lavoro, che non lascia spazio. Dall’altro, i social le rimandano immagini di libertà femminile, di “prenditi la vita che vuoi”. E questo contrasto crea un conflitto interno molto forte. Il desiderio e la realtà che si scontrano. Quello che cerco di insegnare è a trovare spazio dentro quello che c’è, non combatterlo. Come il fiore che cresce tra l’asfalto: i limiti sono reali, ma dentro quella crepa ci si può espandere lo stesso. Per me la risposta alla solitudine è creare comunità vere, dove si parla la stessa lingua, quella del corpo, dove ci si sente parte di qualcosa.
«Self-compassion e consapevolezza corporea: le risorse che non sapevi di avere.»
Aglatech14: Cosa mettete in campo voi, concretamente, per aiutare le donne a uscire da queste dinamiche?
Irene: Quello su cui lavoro è l’autocritica, quel dialogo interno giudicante che fa da sottofondo costante. Siamo talmente abituate a parlarci duramente che quasi non ce ne accorgiamo più. Il mio lavoro è aiutare le persone a coltivare un atteggiamento diverso verso sé stesse, basato sulla self-compassion: non pietismo, non rassegnazione, ma una sensibilità reale alle proprie difficoltà, unita al desiderio di alleviare quel disagio attraverso gentilezza e cura. L’immagine che uso spesso è questa: posso accompagnarmi come farei con la mia più cara amica, invece che trattarmi come la mia peggior nemica? Quello fa davvero la differenza. Noi non diventiamo alleate di noi stesse una volta per tutte, il giudizio tornerà sempre, ma possiamo scegliere la direzione.
Valeria: Dalla mia prospettiva, quella del corpo, insegno proprio a stare con quello che c’è. Il piacere fisico, per esempio: quante donne si concedono una cosa che fa loro bene senza sensi di colpa? Pochissime, soprattutto nelle generazioni più senior. Invece trasformare il piacere da evento raro a evento quotidiano è una rivoluzione.
«Sorellanza, non competizione. Un nuovo modo di stare nel lavoro.»
Aglatech14: C’è qualcosa che vorreste lasciare a chi legge, un pensiero su come potrebbe cambiare il modo di vivere il lavoro?
Valeria: C’è un tema su cui mi ritrovo a riflettere: spesso le donne pensano che per avere successo nel lavoro debbano incarnare un’energia “maschile”, fatta di arrivismo, competizione, performance. Io invece mi chiedo: cosa succederebbe se portassimo nel lavoro la nostra sensibilità femminile, quella della cura, del mutuo aiuto, dell’alleanza? Non andare a prendere le cose, ma farle accadere. Non combattere, ma coprirsi le spalle. Vedo che qualcosa sta già cambiando, anche tra le donne con cui lavoro. Molta più sorellanza. Molto meno “faccio io così vinco io”. Il mio invito è chiedersi: stiamo ancora incarnando quell’energia dell’arrivismo, dell’andare a conquistare una poltrona con la forza? O stiamo lavorando come persone che si prendono cura del lavoro e dell’altro? Se tra una ventina d’anni vedessi che qualcosa è cambiato davvero, sarei felice di aver contribuito a insegnare che si può lavorare con un’energia femminile, quella della cura e del mutuo aiuto.
Irene: Il mio augurio è che questo modo di abitare il lavoro, con questa diversa energia, possa risuonare anche in altre figure, anche in chi non si riconosce nel genere femminile ma si sente animato da questo tipo di motivazione. Chissà che non si possa spostare un po’ l’ago della bilancia, e creare un modo di stare nel lavoro meno polarizzato, più umano. Per tutti.
Quattro temi, una conversazione sola. Il multitasking che non esiste ma che continuiamo a portarci addosso. Il corpo e la mente che si esauriscono quando non trovano spazio per sé. L’autocritica silenziosa che ci logora, e la self-compassion come antidoto concreto. E infine il lavoro: portarci dentro la nostra sensibilità, quella della cura e del mutuo aiuto, non è debolezza. È una scelta. E può diventare un punto di forza
Buona Festa della Donna, a tutte e a tutti quelli che hanno voglia di ascoltare.
Il Team di Aglatech14 con Valeria Chiara Puppo e Irene Bernardini