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50 shades of linguist – le perversioni del traduttore

Pubblicato il: 28 Ottobre 2019

Buona parte (oserei dire la stragrande maggioranza) dei traduttori è accomunata da una serie di idiosincrasie e perversioni.

Seppur tendenzialmente innocue, tutt’al più vagamente moleste, il traduttore impara a presto a non manifestarle in compagnia delle persone normali: non tanto per ritrosìa o timore di risultare pedante (il traduttore medio si fa un vanto della propria pignola pedanterìa), quanto perché ha imparato presto che le persone che lo circondano difficilmente si entusiasmano o si indignano per ciò che infiamma invece il suo animo. Dopo i primi be’, ma le virgolette non sono tutte uguali? o ah non sono per bellezza le due e con accenti diversi sulla tastiera? il nostro getta la spugna, si morde la lingua e se ne sta.

È per questo che quando il traduttore si ritrova tra propri simili vi dà sfogo senza ritegno: poche cose gli danno maggiore soddisfazione e conforto (sì, mettete due o più traduttori insieme in una stanza e dopo 50 secondi, il tempo di riconoscersi, parleranno sempre e solo e ininterrottamente di traduzione per 2 ore). Soltanto in questi casi il linguista sente di poter essere davvero sé stesso, senza inibizioni, senza timore di essere giudicato: accomodante come una cartella Equitalia scaduta, flessibile come un tombino di ghisa, umile come un pavone con il piumaggio tempestato di cristalli Swarovski.

Oggi ho deciso di fare coming out e di condividere alcune delle mie perversioni, che negli anni ho scoperto essere comuni a molti colleghi.

Criminal dubbing

Da tempo ormai, con l’avvento di Internet e dei vari servizi di streaming video, vedere una serie tv in lingua originale è diventato comune: anche mia sorella, da sempre ricettiva all’apprendimento delle lingue straniere come una padella col fondo in Teflon, da anni vede le puntate di Grey’s Anatomy in inglese, in contemporanea con gli Stati Uniti.

Come i comuni mortali, anche il traduttore medio dopo un’intensa giornata di lavoro ama concedersi una serata sul divano davanti a Netflix (sì, per rilassarsi dopo 8 – 10 ore passate traducendo da una lingua straniera, spesso e volentieri sceglie di guardare una serie anch’essa in lingua straniera, non disdegnando ovviamente di tanto in tanto una replica di Montalbano o un libro di Manzini).

Tuttavia, le sue modalità di visione predilette spesso gli impediscono di guardarsi una serie in intimità con il proprio partner o con gli amici, magari sotto una romantica copertina invernale.

Il traduttore, ça va sans dire, non sopporta di vedere in versione doppiata (o, peggio mi sento, in versione originale con sottotitoli in italiano) la propria serie preferita. La segue rigorosamente in lingua originale (se la conosce), con sottotitoli nella lingua stessa.

Tuttavia, spesso la sua attenzione viene deviata dalla trama alle battute dei personaggi: il solo sentore di sottotitoli incoerenti rispetto al parlato gli farà pigiare compulsivamente sul rewind, per avere conferma o smentita del suo sospetto. Può anche capitare che i personaggi utilizzino un’espressione idiomatica a lui ignota: anche in questo caso, galvanizzato dall’opportunità di ampliare il proprio sapere, il dito correrà lesto al telecomando, per stoppare, tornare indietro di qualche secondo, ricontrollare il sottotitolo e cercare l’idiom sconosciuto su Google.

Di norma tuttavia, il nostro linguista comprenderà il 90% delle battute, ma di tanto in tanto il tarlo che lo accompagna in tutte le sue attività quotidiane farà capolino: e questo come si potrebbe tradurre al meglio in italiano? Non potrà certo continuare la visione con questo rovello in background: telecomando alla mano, non resisterà al bisogno di tornare indietro di qualche secondo, cambiare la lingua e rivedere la scena in italiano (sì, il traduttore non può vedere una serie senza il telecomando a portata di dito, necessità che spesso gli impedisce di sgranocchiare patatine davanti alla tv).

Anche al traduttore capita tuttavia di vedere serie doppiate in italiano: per il quieto vivere acconsentirà talvolta a vedere con la famiglia una o due puntate di Criminal Minds in chiaro sulla Rai, senza la possibilità di fare stop and go con il telecomando. La visione si rivelerà però spesso fonte non tanto di intrattenimento quanto di frustrazione: mentre tutta la famiglia penderà dalle labbra del detective che rivela l’identità dell’assassino, il linguista sarà distratto dall’orrendo calco è stato lui a tirare il grilletto (sentito con le mie orecchie).

Il vero piacere proibito è infine rappresentato da serie tv bilingue: un esempio è Narcos, in cui i membri del cartello colombiano parlano castigliano e i gringos della DEA in inglese. Al linguista non pare vero di trovare simili perle, e le consuma avidamente (benché nel caso in questione il suo piacere sia guastato dall’attore che interpreta il colombiano Escobar, che recita purtroppo con un percettibilissimo accento brasiliano).

Questo l’ho tradotto io!

Poche cose danno più soddisfazione al traduttore dell’incontro fortuito con un testo da lui tradotto. Molti di noi, linguisti con qualche primavera alle spalle, negli anni hanno tradotto i testi più disparati: istruzioni per gli aggeggi più strani, ricette di cucina tra le meno appetibili, siti web di dubbia morale e chi più ne ha più ne metta.  Fatalmente, prima o poi si trova quindi davanti, alla tv o al supermercato, in edicola o sulla metropolitana, a un testo che è passato sotto le sue agili e velocissime dita traduttive.

Anche il linguista più rassegnato all’incomprensione del mondo difficilmente potrà trattenersi dal rivendicare con orgoglio la paternità (maternità?) della traduzione di un frullatore esposto da Unieuro o della pubblicità dell’ultimo modello di tablet: se poi l’oggetto in questione non è troppo costoso, molti di noi non resisteranno neppure all’impulso di acquistarlo.

Chi scrive deve confessare di aver acquistato un acido e perlopiù insapore yogurtino super proteico tradotto tempo addietro: per noi è un acquisto d’impulso, a volte non riusciamo a trattenerci, proprio come le persone normali che buttano nel carrello i dolciumi e gli snack malsani esposti in prossimità delle casse dei supermercati.

Caccia al typo

L’errore ortografico o grammaticale provoca a qualsiasi traduttore un malessere quasi fisico e il forte impulso di porvi rimedio.

Per il nostro cuore non fa nessuna differenza che l’errore in questione si trovi su una maglietta da 3 euro dei cinesi o nei sottotitoli del discorso di Natale della regina Elisabetta, su un meme che naviga nell’immensità del web o su un libro tradotto e pubblicato: è sempre causa di fastidio e indignazione.

Dopo decenni di proofreading, il nostro occhio è ormai allenato a individuare un typo alla velocità della luce: alla sottoscritta è capitato più e più volte di scovare tre doppi spazi e due errori di battitura in un menu prima ancora che gli amici avessero capito quale fosse il menu delle pietanze e quale la carta dei vini.

È pur vero che anche il traduttore allenta leggermente i propri standard quando si tratta di SMS o messaggi su WhatsApp, ma è sempre bene non abbassare la guardia: per noi l’importanza della forma non cede mai troppo il passo a quella del contenuto. Si narra di ex partner di traduttori che ancora oggi sono (erroneamente) convinti di essere stati mollati per il contenuto di messaggi WhatsApp in cui ponevano un out out, chiedevano perchè non mi hai richiamato? oppure sostenevano che le cose tra noi non sono piu’ come una volta (no, non vi spiegherò cosa c’è che non va in questi messaggi. Qualsiasi linguista degno di tal nome lo nota immediatamente, si contorce per il fastidio fino alla punta degli alluci e il dito gli scorre istintivo al mouse per correggere la nefandezza, prima di accorgersi che questo post non è editabile).

Stalker linguistici

Il traduttore, si diceva, si elettrizza al cospetto di un termine, di un’espressione idiomatica in una delle sue lingue di lavoro che ancora non conosce. Non vi è pertanto occasione più ghiotta di una chiacchierata a tu per tu con un madrelingua in carne e ossa.

La prova del 9 per individuare in una festa Erasmus lo studente di traduzione, il promettente linguista in erba? Mentre attorno a lui colleghi e studenti stranieri si alcolizzano, si drogano e si accoppiano, lo troverete appartato in un angolo tranquillo a parlare fitto fitto con uno studente peruviano, incurante del trambusto e felicemente incredulo per aver individuato una parola nella variante peruviana del castigliano che riproduce tutte le sfumature di significato di un termine nel suo dialetto regionale (sì, true story).

Disclaimer

Non ve la prendete a male fratelli e sorelle linguisti: sono una di voi. Mostriamo al mondo che anche noi siamo capaci di umorismo e autoironia. Magari non sulle nostre scelte traduttive, ecco. Del resto, ciascuno ha i suoi argomenti tabù: chi il calcio, chi la politica, chi la religione.

Non sparate sul linguista.

Anna Abate
Traduttrice Aglatech14 specializzata in ambito Legal

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